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  • Marzo, Mese di Soglie e Rivoluzioni

    Marzo è stato un mese un po’ sordo, come un film muto. Ho scritto molto, moltissimo. Come se ci fosse un flusso di coscienza ininterrotto tra la mia mente e la mia anima, e io avessi cercato di prendere appunti, di non perdere niente. Il mondo fuori ha continuato a girare, eppure io non me ne sono sentita parte. Connessa con l’universo sì, ma non parte del sistema. Mi sono ritirata nella mia bolla. Ho creato, ho riflettuto, ho seminato e raccolto, ho tirato fuori la mia voce, ho sigillato con sudore e sangue il manifesto della mia rivoluzione. In questi giorni ho pensato molto ai poeti, al loro modo di accedere a una parte irrazionale di sé, a quella follia che diventa linguaggio nuovo. È proprio in quel contatto con la follia che nasce una poesia che scuote. Ripenso a Umberto Galimberti, quando dice che i poeti producono linguaggio e, proprio attraverso la loro parola, forniscono all’umanità le condizioni per pensare. Heidegger considerava i poeti come esploratori della condizione umana. Pertanto i poeti riconoscono il rischio di restare nel buio, di perdersi, e nonostante tutto lo accettano. Quel buio è il prezzo, e solo in quel buio possono nascere nuove parole, nuove definizioni, nuove condizioni, nuove possibilità. E così mi sono accorta che i miei demoni non sono mai spariti. Ma io ho smesso di fuggire da loro. Ho imparato a invitarli alla mia tavola, a parlarci, a guardarli negli occhi. Non per farmi del male, ma per capire cosa sono venuti a mostrarmi. Ho imparato a danzare con loro, ad affrontare ciò che fino ad oggi avevo avuto paura di guardare. A Marzo ho capito che la mia voglia di lottare, di voler cambiare a tutti i costi le cose, quel fuoco che mi ha sempre spinta a muovermi, l’ Animus e l' Anima che dentro di me convivono, avevano radici molto più profonde, la voce di una rivoluzione che fino a oggi io non avevo avuto il coraggio di iniziare. La mia libertà, quella per cui ho sempre lottato, era insieme un miraggio e una minaccia. È sempre stata tutto ciò che desideravo, ma che non avevo mai avuto il coraggio di prendermi. E così, la paura di reclamare quella libertà è diventata il vero muro contro cui, per tutta la vita, mi sono scontrata. Un muro che non ero mai riuscita a rompere. Un muro interiore. I muri esterni - il muro culturale, degli stereotipi, dell’indifferenza, di una società che ha sempre cercato di contenermi, della morale - esistono. Sono reali. Sono sempre stati lì. Quei muri, al contrario di quello interiore, almeno potevo vederli, toccarli, determinarne le dimensioni. E così mi sono resa conto che forse non erano veri muri. Forse erano un recinto. E un recinto, in fondo, è anche una rete di sicurezza. È questo il motivo per cui spesso si sceglie di rimanere nel proprio 'giardino': perché ciò che è familiare ci appare sicuro, mentre ciò che è sconosciuto fa paura. Ma sicuro non sempre equivale a sano. E la paura non è sempre un presagio di pericolo. O di morte. Forse quei muri non erano barriere. Erano una soglia. Una soglia tra ciò che è giusto e ciò che è vero. Perché giusto e vero non sempre coincidono. Scegliere ciò che si conosce è una reazione biologica: istintiva, evolutiva, legata alla sopravvivenza. È l’adattamento che preserva. Ma l’evoluzione, pur tendendo alla conservazione, si realizza proprio attraverso le mutazioni, le deviazioni dalla norma. È così che la specie si trasforma. E una soglia, in fondo, si può scegliere di varcarla. Fino all’ultimo momento, ho creduto di dover scardinare tutto. Di dover far saltare in aria il sistema. Di dover abbattere muri. Solo oggi comprendo che non c’è mai stato alcun muro da abbattere: solo una scelta da compiere, solo una soglia da varcare. C’è sempre stata una persona - una donna - che doveva trovare il coraggio di camminare, accettando che tutto il resto potesse rimanere indietro. E sempre uguale. E così ho finalmente capito: la rivoluzione non si fa cercando di cambiare gli altri. Si fa cambiando se stessi. E solo così, solo nell’esempio, solo nel dimostrare che un’altra strada esiste - che un’altra forma di vivere, di amare, di onorare, di credere, di esistere è possibile- solo così, forse, è davvero possibile cambiare le cose. Karl Jaspers sosteneva che, così come la perla nasce dalla ferita della conchiglia, anche un’opera nasce spesso da un tumulto interiore. È nel conflitto, nella frattura, nella crisi dell’anima che può emergere una verità autentica. Così è stato per me: la mia poesia è nata dall’interno, da quella rottura che mi ha fatto emergere. Le parole possono essere mezzo di rivoluzione. Ma solo a patto che siano autentiche, che nascano da un luogo di verità interiore. Non da una verità convenzionale, quella che ci viene insegnata e che seguiamo a occhi chiusi. Ma da un conflitto profondo, dove ciò che è giusto e ciò che è vero si scontrano. In quel conflitto, nel momento in cui non possiamo più nasconderci dietro le facili certezze, nasce il seme del cambiamento. Un cambiamento che non è solo esteriore, che non si limita a modificare il mondo intorno a noi, ma che agisce nel cuore stesso di chi scrive, di chi parla, di chi vive. Il cambiamento esterno non può essere il motore della rivoluzione, semmai solo la conseguenza. La vera rivoluzione perciò si fa imparando prima di tutto a riconoscere ciò che è davvero nostro. La scrittura diventa così un atto di coraggio, di verità, di liberazione, che trasforma la realtà, iniziando proprio da chi ha il coraggio di scriverla. E solo così, solo nell’autenticità del nostro conflitto, possiamo davvero cambiare il mondo. Non sempre abbattendo muri, ma aprendo varchi e lasciando entrare nuova luce. C'è un concetto della fisica molto bello: l'Effetto Farfalla. Poeticamente parlando, se una farfalla sbatte le ali a Erlangen, dall'altra parte del mondo può scatenarsi uno tsunami. Naturalmente è molto più complesso di così, ma la metafora regge. E soprattutto, parla alla nostra immaginazione. La mia voce, la mia poesia, la mia rivoluzione, può crescere e rafforzarsi solo se è radicata nel desiderio profondo di cambiare me stessa e di dimostrare a me stessa che un’altra forma di esistenza è possibile. E così ho integrato il significato più autentico del lasciare andare. Lasciare andare è sbattere le mie ali oggi, al mio ritmo, e credere - sapere - che questo genererà un cambiamento. Credere che ciò che sono può fare la differenza. Che ciò che dico conta, anche se non cambierà le persone che ho intorno. E forse proprio per questo, un giorno, cambierà tutti. Lady Margot 27 Marzo 2025

  • Feminism prêt-à-porter

    Disclaimer: this post is nothing more than a partial and simplified reconstruction of what I think and therefore it is absolutely subjective. I do not intend to offend, judge, represent any kind of gender category, or anyone who feels part of it. I have thought for a long time to write about this topic that has always triggered mixed feelings within me. But when too many things want to come out all at once, they generally get stuck. And in fact I'm still not quite sure where to begin. So I will start with a series of questions that I often ask myself; sometimes my answers over time have changed, sometimes they haven't, and some of these questions I still haven't really answered. After all, I have never had the arrogance to believe that I have all the answers, it is enough for me to know that I can always strive to seek the truth. Here my questions and considerations. What kind of society do we live in? Can our society still be defined as patriarchal? Why do we women continue to claim our human rights all over the world? Why do we raise our voices? Do we really consider ourselves here, in our western world, recognized as equal to men? What then does it mean to be 'equal'? Do we still need to put ourselves on a pedestal and praise feminism? Where do I stand on this issue? How do I feel about it? Should I also protest in the street or undress in public to prove a point? Should I protest in a way that is more consistent with my personality? Should I even protest at all? What should I be protesting about? Do we still need to be part of a protected category in order to have a chance to be part of the system? Does it make any sense to create scholarships only for women, parking spaces only for women, job positions only for women? I once won a scholarship for women in science. I didn't feel proud of myself, perhaps even belittled. Would I have won it if the competition had been open to everyone? If not, is it because men always have an advantage or because I simply deserved it less than others? Are we sure that this protective attitude towards women does not actually accentuate gender discrimination? Are we sure that it is not instead just an attempt to continue to allow society as a whole to believe that men and women are not on an equal footing and must therefore occupy different positions (on all fronts)? Why do we strive so hard to feel equal to men, but then it is precisely between women that the talk is always so sexist? Why do we look for a man to protect us, to make us feel desired, to support us? Maybe because, after all, men and women are different? Maybe because, in addition to reason, we also have a biological code that partially guides us? I think that it is dangerous and crazy to want to make people believe that men and women are equal, that they can do everything the same way. This somehow amounts to denying that man and woman have their own uniqueness, their own way of functioning, a deeper reason why they evolved the way they did in nature. Why do women insist on adapting to jobs, spaces, infrastructures, standards that have been created from the beginning by men for other men? Why should this make us feel gratified? How can we feel truly free and powerful if we still repress, or rather censor the flow of our impulses, emotions, feelings, thoughts? Why is a woman less of a woman if she makes a move, but at the same time a man more of a man if he does the same thing? In general, every mystery, everything that is not revealed, generates curiosity and therefore attraction. So why is it that if it is the man who is mysterious or withholds his feelings, after a while we lose interest and this law no longer applies? And why is it that if it is the woman who does it, it generally generates the opposite effect, and the more time passes, the more irresistible she becomes? Why is it that when a woman works surrounded by men she has to pay attention to the way she dresses, presents herself or speaks? And why do men feel entitled to critically observe and judge, at least internally, the way in which she 'offers' herself? Why does this not also apply in reverse? I doubt that women’s emancipation has really taken place every time I hear, often from other women, that we should always appear gentle, delicate, resolute, calm, serious, polite, cautious, modest, pure, but also sexy, charismatic, mysterious, attractive, strong, emancipated, irreverent, depending on the circumstances. The whole package. We should not address a man in a certain way, we should not expose or reveal our feelings first in any interaction with the opposite sex. The woman must patiently wait for the man to make the first step. Exposure, impatience, clarity are symptoms of weakness, they say. On the other hand, living like beautiful, candid porcelain dolls who are only allowed to express themselves when questioned, expresses all our strength and capacity for self-control. I find this terrifying and disturbing. Obviously, the female and male bodies are different. Some might say that the female body is more beautiful to look at, it is naturally inclined to be sensual and attractive. Therefore, a biological and chemical reaction is more likely to be triggered by looking at a woman's body than a man's. I am not opposed to this. But every chemical reaction, to be triggered, inevitably needs the coexistence of several factors, internal and external. Physical attraction is certainly a factor, but only one of them. Physical attraction usually happens in the short term, arising immediately, while mental attraction takes sometimes longer, develops slowly. As far as I am concerned, the latter is much more intense, dangerous, powerful. So, again, why do not women feel admitting their attraction to a man? Why men are not used to a woman revealing herself to them? Why is it not normal to express interest in men and tell them explicitly what we think? Why do we drag along this exhausting lie? In nature, we witness a very different phenomenon. Females are in control, they move proactively towards their own pleasure, instinct and desire. The male often courts, because for biological reasons it is the female who has the 'last word', who chooses whit whom to reproduce with and give birth to offspring. Females in nature are strong, courageous, dominant. The hummingbirds of the Andes are a great example of this. The females stand on a branch and watch the wonderful dances that the males offer them. The males fluff all their feathers, direct them towards the rays of the sun, so as to reflect the light and make the wonderful colors of their plumage shine. Then they dance as if that were the only reason they were born. The females simply enjoy the show, judge the performance and ultimately choose the best mate without any qualms. Finally they position themselves, without much grace, and offer themselves to the male. Some may think that this proves exactly the opposite and that nothing different actually happens in our human society. Men court women and women simply pick the one they like best. But here I am not arguing or trying to contradict the most basic laws of biology and evolution of the species. I am only discussing intentions and pretensions. Female hummingbirds observe, judge, choose, express their preferences, offer themselves spontaneously, do not lie and do not repress their impulses. Can we women honestly say that we behave in the same way? I have grown in a such male chauvinist society that I spent almost all my life rejecting all the rules, prejudices, common morality and especially the idea that I had to be a model girl first and a model wife then. When I was younger, I always felt a fire inside me, the need to prove my worth, to show that I could do what I wanted, how I wanted, even better than a man. I wanted to let everyone know how powerful, strong, determined, capable, smart, courageous I was. I liked it when people told me I was a male in a woman’s body. I used to take it as a compliment. Then I realized it made no sense. And that because I did not yet know that there was another way to feel good in my skin, to remain a woman and still express myself in my female body. Now I embrace the idea that I can be part of this world, simply as I am. I don’t want to feel equal to a man. I don’t want their jobs, their acknowledgments, their way of thinking, of acting, of living. I love men, they are wonderful human beings, and they do so well in the society they have built for themselves. Rather, I would like to live in a world that also welcomes women, in their beautiful diversity. I would like to see a society that adapts to women, instead of us adapting to it. I would like us to stop believing that being successful in this life necessarily means having a brilliant career, or a happy marriage, or a perfect life. Women has to choose at some point, whether to pursue their career or to stop, even if only briefly, and focus on building and raising a family. Both choices are equally valid. This should be perceived as an extra power we have, which we can use or not, not as a disadvantage. So why do we judge a woman if she gives up her career to bring a child into the world but also if she decides not to have a child to pursue her career? Because my feeling is that whatever we decide to do we are constantly being watched, tested and judged. I do not feel that I still possess within me comprehensive and satisfactory answers, if anything mere ideas and uncomfortable opinions. I always have the feeling that I have not said everything or that I have not express myself in the best way. I therefore do not rule out returning to the subject in the future. I am aware that expressing my point of view will change absolutely nothing, but if nothing else, it helps me to calm my mind. As Fran Lebowitz once said, “ The anger is, I have no power, yet I’m filled with opinions ”. So I leave my point of view here as it is, sincere and open. Any form of reply and (peaceful) discussion is welcome. Lady Margot

  • Anche su Marte crescono i fiori: una lettura, uno sguardo, una nuova radice

    Ci sono parole che scrivi per lasciare andare, per liberare un peso, per fissare un istante. E poi ci sono parole che, senza che tu lo sappia, iniziano a camminare. Attraversano distanze, si posano sugli occhi di qualcuno, trovano una nuova voce. L’Altrove – Appunti di Poesia ha letto Anche su Marte crescono i fiori  e ne ha scritto. Non è mai scontato quando qualcuno sceglie di fermarsi sulle tue pagine, di ascoltare ciò che hai lasciato tra le righe. È un incontro silenzioso e prezioso, fatto di attenzione e di cura. Questa recensione è per me un momento di riflessione e gratitudine. Perché ogni lettura è un nuovo germoglio, un modo diverso di vedere ciò che pensavo di conoscere. Se vi va di leggerla, la trovate qui: https://www.laltroveappuntidipoesia.com/2025/03/04/recensione-anche-su-marte-crescono-i-fiori-di-valentina-marzulli-laltrove/ Grazie a chi c’è. A chi legge, a chi sente, a chi lascia spazio ai fiori. Anche su Marte. Valentina

  • Grieving is Healing

    In questo periodo sto riflettendo molto sul tema del lasciar andare e del lasciar entrare. La vita per sua natura è un processo in divenire, di cicli di nascita, morte e rinascita. Siamo esseri in costante evoluzione, biologicamente impostati per affrontare il cambiamento. Nel corso della vita siamo chiamati più volte ad affrontare la perdita: di una persona cara, di una relazione, di un'amicizia, di una versione di noi stessi, di una stagione della vita. Ma la perdita, per sua natura, implica un cambiamento, e con esso l'opportunità di nuovi incontri. Il cambiamento è naturale, e spaventa. Ma cosa spaventa di più? Lasciar andare il passato o lasciare entrare il futuro? E in che momento lasciamo andare davvero, in che momento lasciamo entrare? Esiste un gap tra queste esperienze.  Quel momento in cui Il vecchio già non c'è più, ma il nuovo non è ancora arrivato. Un vuoto. Ma è davvero vuoto? Io lo immagino più come una vecchia stanza abbandonata, non è davvero vuota, è ammobiliata, magari un po' decadente, ma è ancora tutto lì. Mi guardo intorno, alle pareti restano appesi vecchi quadri, sul pavimento si ergono pile di libri impolverati, lettere, fotografie, ricordi di vita passata. Quindi cos'è questo gap? La filosofia buddhista qui mi viene in soccorso, perché suggerisce l'idea di gap non come assenza, ma come spazio di mutamento, un luogo di impermanenza necessario alla nostra trasformazione, uno spazio vuoto non da cui fuggire ma da accogliere. Carl Jung collega il concetto di gap all'idea di spazio liminale e di ombra, dunque al processo di individuazione. Lo spazio liminale è uno spazio in cui la crisi esistenziale, necessaria alla trasformazione interiore, può avere luogo. Uno spazio vuoto. E proprio in questo vuoto possiamo affrontare la nostra ombra, e le parti di noi che abbiamo sempre evitato. In quel vuoto interiore siamo finalmente capaci di incontrare il vero Sé. Quindi tornando al tema del lasciar andare e lasciar entrare - cosa ci permette di fare il grande salto tra le due esperienze? In che momento siamo davvero pronti? Forse nel momento in cui abbiamo davvero affrontato quel vuoto, non solo guardandolo da lontano, ma attraversandolo. Io mi sono chiesta a lungo cosa faccia più paura. Lasciar andare o lasciare entrare? E per molto tempo ho creduto che fosse questo il dilemma esistenziale. Poi ho compreso - non è né l'una né l'altra opzione, è la paura di affrontare quello che c'è nel mezzo, quel vuoto, quel gap, sé stessi. Solo permettendoci di entrare in contatto con le nostre emozioni, con il nostro dolore, ci concediamo la possibilità di chiudere il cerchio. Non facendolo rischiamo di restare bloccati nello stesso cerchio, o forse in una spirale infinita di cerchi, una sorta di frattale di cicli che si ripete all'infinito. Un limbo emotivo. E così continuiamo a collezionare esperienze diverse, eppure sempre uguali. Uguali non in senso assoluto, ma nel significato che portano con sé. La stessa lezione di vita, ripetuta all'infinito. Affrontare il vuoto. Attraversare il dolore. Grieving is Healing. L'ho scritto qualche giorno fa sul mio quaderno. In questo periodo mi rivolgo a questo processo interiore con l'espressione grieving . Non utilizzo la parola italiana lutto , come forse sarebbe logico fare. Mi viene spontaneo definirlo grief . Mi sono domandata perché. E così la mia mente ha cominciato a riflettere sul significato della parola. Cerco di spiegarmi meglio. Per indicare l'esperienza della perdita, in inglese, utilizziamo la parola grief , in tedesco Trauer e in italiano lutto . Ma se analizziamo il significato di ciascuna parola, ci rendiamo conto che esse in realtà non esprimono lo stesso significato: Grief : deriva dal latino gravis (grave, pesante) ; indica qualcosa di pesante, un fardello emotivo che grava sulla nostra anima. Trauer - deriva dal tedesco antico trūri (tristezza, dolore); indica una sorta di tristezza profonda, di afflizione. Lutto - dal latino luctus (pianto, afflizione); indica una sorta di lamentazione per la perdita. Istintivamente direi che l'espressione grief sottenda un'esperienza più intima, un processo emotivo interiore, l'elaborazione di un dolore inteso come peso che opprime, come un macigno sul cuore. Trauer mi sembra evocare uno stato di tristezza profonda, quasi viscerale, una malinconia che risuona nell'anima. Lutto, infine, mi da più l'idea di un tragico lamento, del pianto come manifestazione esteriore di un dolore interiore, di un processo collettivo. Dunque mi sono chiesta: può l'esperienza dell'elaborazione della perdita essere condizionata dal linguaggio? Quindi può il linguaggio condizionare il modo in cui viviamo certe emozioni e processi? Se sì, in che misura? La domanda è certamente supportata da varie teorie in linguistica, filosofia e psicologia. Ma non voglio scendere troppo nei dettagli. Unico riferimento che lascio qui è la teoria della relatività linguistica di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua che parliamo influenza il modo in cui percepiamo e comprendiamo il mondo. Quindi se le parole che scegliamo definiscono il nostro mondo interiore, allora il linguaggio non si limita a descrivere le emozioni: le modella. Cosa c'entra tutto questo? Ancora non lo so. Ma so che istintivamente io ho scelto la parola grief per indicare il mio processo. E dunque, se è vero che attraverso il linguaggio è possibile trovare una chiave per comprendere sé stessi, io ho forse inconsapevolmente scelto questa espressione perché forse per la prima volta non percepisco più il dolore come qualcosa da evitare. E così ho finalmente imparato che il dolore non è qualcosa da cui fuggire, ma un peso che posso imparare a portare. E al momento giusto, lasciar andare. Grieving is Healing. Lady Margot 9.03.2025

  • The Fear of Letting Someone In

    Hi, nice to meet you! I’ve never seen you around. Are you from here, or just new in town? What are your dreams? Are you that strong, or wearing a mask? I feel so close—I’m shutting down. How can I tell him my scars still burn?   Hi, nice to meet you! Do you like coffee? Want one to grab? Let’s have a chat. There’s a huge park right at the corner of the bar. She looks at me, I like her eyes. I start to wonder… Do I give it a try?   Hi, nice to meet you! Tell me something about yourself. Where do you come from? What’s your zodiac sign? How was your childhood? Were you the shy or the bossy type? So many questions, I feel my heart just burning up. How can I say that I'm afraid to feel again… fine?   Lady Margot February, 2025

  • Poesia Per Te

    Guarisci, bambina. Guarisci. Dal sale del mare e la luce del sole tu prendi energia e fatti curare. Guarisci. Da stelle e racconti di terre lontane tu apri la mente e fatti ispirare. Guarisci. Col naso all'insù cercando la luna tu va' per il mondo e continua a sognare. Guarisci. E se sarai sola e non saprai dove andare tu segui il tuo istinto e fatti guidare. Guarisci. Tra drappi di fiori a piedi nudi sul prato tu danza al tuo ritmo e non ti fermare. Guarisci. E se provi spavento tu impara dal vento e lasciati andare. Guarisci, bambina. Guarisci. Lady Margot February 2025

  • To the Singer in the Red Wool Vest

    You stand on stage in front of me Your eyes - two stars just singing Where are you from? Which planet, darlin’? Your voice - old soul still haunting You look around shy yet so strong not knowing who I am - you said I'm shrinking You stand on stage in front of me Your eyes - two stars just singing You smile, then whisper not knowing who I can be the show goes on still dreaming Lady Margot Yesterday, I witnessed an incredible live concert. I was mesmerized - by the performance, by her voice. I found myself writing these notes: To the singer in the red wool vest— Your eyes, are they sad? Who are you? Where do you come from? Old soul. Later that night, I wrote this poem. You stood there, surrounded by people. I was unsure whether to approach you, to express my amazement for your performance. This is my way of doing it. With gratitude, V. Feburary 2025 Soft Loft - Live Concert

  • Anche su Marte Crescono i Fiori

    Cari amici e lettori, sono entusiasta di condividere con tutti voi la pubblicazione della mia nuova raccolta poetica, Anche su Marte crescono i fiori , a cura della casa editrice Eretica Edizioni. Questo libro nasce da una vera e propria esigenza dell'anima, quella di imprimere inchiostro su carta il processo di metamorfosi interiore che ho attraversato. Desideravo dare una forma alle mie emozioni, ai miei pensieri, ai miei sensi in costante cambiamento.  Si possono vivere tante vite in una sola, il segreto sta nel non dimenticare. E io non volevo perdere nulla, non volevo dimenticare chi sono stata e chi stavo diventando, anche tutto ciò che sono stata nel mezzo. Se è vero che in quanto umani noi tutti siamo destinati alla perenne evoluzione, credo che possa esistere uno spartiacque temporale, un momento specifico e cruciale della vita in cui tutto cambia. Per me quel momento è arrivato in concomitanza di un trasferimento ed è durato un anno, forse più un anno marziano. E così mentre le stagioni si avvicendevano e le sembianze di quel luogo a me tanto alieno mutavano, così si trasformava anche la mia prospettiva, costringendo il mio sguardo a spostarsi da tutto ciò che era altro da me verso l'interno. E così se all'inizio dell'estate tentavo di dare una forma alla mia solitudine ( Alleinsein ), alla fine della primavera successiva ero diventata Luce . Questa raccolta, scritta tra la mia terra natale e quella di adozione, parla di tutto ciò che amo, delle mie passioni, ed è ispirata allo spazio, alle stelle, e alla natura che mi circonda. Più di tutto, questa silloge è un inno alla speranza e un invito a prendere in mano la propria vita, a rincorrere i propri sogni, a non aver paura di fallire, ad avere la forza dopo ogni caduta di rilazarsi, e soprattutto a lottare per raggiungere la propria felicità. Al momento non ho molte parole per descrivere la mia gioia. Per ora vorrei ringraziare il mio editore, Giordano Criscuolo, e tutto lo staff di Eretica, per aver creduto ancora una volta in me e nella mia poesia. Sono estremamente grata di questo traguardo e impaziente di ricevere il vostro feedback sul mio nuovo libro. Descrizione, nota biografica e info all'acquisto sono riportate più in basso. Vi saluto con grande affetto, Valentina Descrizione Un anno su Marte dura circa il doppio di quello terrestre. Così anche nella nostra vita può accadere che alcuni anni ci scivolino addosso veloci, come un battito di ciglia, e altri invece sembra non vogliano lasciarci più. Vi sono luoghi dove non immagineremmo mai di vivere, perché, proprio come Marte, ci appaiono del tutto inospitali alla nostra sopravvivenza. Eppure proprio questi luoghi di non felicità si rivelano essere poi il punto di partenza di una nuova esperienza, il baco da seta destinato ad accogliere la nostra metamorfosi. Anche su Marte crescono i fiori  è la raccolta di poesie di un anno di trasformazione interiore. Sono le cronache di un anno di isolamento, di ritiro spirituale, di scardinamento del vecchio e di ricostruzione, di riscoperta dell’io. Le poesie, scritte tra Italia e Germania, seguono il ritmo delle stagioni, e raccontano il viaggio esistenziale che sprona l’autrice a spostare il proprio sguardo da tutto ciò che è altro da sé  e a rivolgerlo verso l’interno. Nota biografica Valentina Marzulli nasce a Taranto nel 1990. Ingegnere civile, vive attualmente in Germania, dove si è dedicata nell’ambito del dottorato di ricerca allo studio dei materiali lunari. Autrice della silloge poetica Divenire  pubblicata a cura di Eretica Edizioni e creatrice del blog di poesia Lady Margot Stories , parallelamente alle sue attività scientifiche, si dedica allo studio della lingua e della letteratura tedesca e inglese, e coltiva la sua passione per la scrittura e per la traduzione letteraria. Info utili È possibile acquistare una copia sul portale ufficiale di Eretica Edizioni, al seguente link: https://www.ereticaedizioni.it/prodotto/valentina-marzulli-anche-su-marte-crescono-i-fiori/ L'acquisto in preordine tramite lo store di Eretica è possibile solo su territorio nazionale e fino a esaurimento scorte. A breve sarà attivo l'acquisto online del libro tramite Amazon e presso tutte le librerie nazionali. Per qualunque ulteriore informazione, potete contattarmi al mio indirizzo email: ladymargotspace@gmail.com

  • La mia Prima Intervista su Poetesse Donne

    È con grandissima gioia che condivido con voi una tappa speciale del mio percorso: la mia prima intervista, pubblicata sul portale di Poetesse Donne , un luogo meraviglioso che celebra la voce e l’arte femminile. In questa intervista, ho avuto l’occasione di raccontarmi, parlando delle esperienze che mi hanno portata a trasformare emozioni e vissuti in poesia. Ho condiviso come la scrittura sia diventata la mia chiave per comprendere il mondo, un ponte per esplorare e comunicare le parti più autentiche di me. ➡ Potete leggere l’intervista completa qui: 📖 Valentina Marzulli - Poetesse Donne Ringrazio dal profondo del cuore Poetesse Donne  per aver dato spazio alle mie parole e alla mia passione per la poesia. È un onore incredibile poter contribuire a un progetto così bello, che sostiene e valorizza la scrittura femminile e l’autenticità di ogni percorso creativo. Spero che questa intervista possa emozionarvi e, magari, ispirarvi a scoprire il potere della scrittura come strumento per raccontare voi stessi. La poesia, per me, è rifugio, espressione, crescita – e sono felice di poter condividere un pezzetto di questa magia con voi. Se l’intervista vi colpisce o risuona con il vostro mondo interiore, fatemelo sapere: le vostre parole sono preziose per me! Con gratitudine, Valentina °°°° My First Interview on Poetesse Donne  🌸✨ I’m beyond thrilled to share a special milestone in my journey: my very first interview, published on the Poetesse Donne  platform, a beautiful space that celebrates women’s voices and art. In this interview, I had the opportunity to talk about myself, my experiences, and how I’ve transformed emotions and moments into poetry. Writing has become my way to make sense of the world—a bridge to explore and communicate the most authentic parts of myself. ➡ You can read the full interview here: 📖 Valentina Marzulli - Poetesse Donne Note: The interview is in Italian, but you can easily translate it using online tools to enjoy the content in your preferred language! A heartfelt thank you to Poetesse Donne  for giving my words a platform and for supporting my passion for poetry. It’s such an honor to contribute to this beautiful project that values female writing and the authenticity of every creative journey. I hope this interview will resonate with you and perhaps inspire you to explore the power of writing as a tool for self-expression. For me, poetry is refuge, growth, and pure magic—and I’m so happy to share a piece of this world with you. If the interview touches you or speaks to your inner world, leave me a comment. Your words mean so much to me! With gratitude, Valentina Estratto dal sito Poetesse Donne - Sezione Autoritratti - Valentina Marzulli

  • Muse

    I became my own muse, it didn’t happen overnight. Day by day, making space, in the race, at my pace. I became my own muse, I don’t know exactly how. I woke up one day and said - until now, where was I? Lady Margot January 2025

  • Falling Leaf

    I might fall like a leaf [down the street] You would come here, I feel your heartbeat I would say It's so cold (I need warmth) could you please? You would hold me like a gem [comes the breeze] I would look at you (long) is this real? You would laugh then you say you're my ideal! I might fall like a leaf [down the street] You would come here (so close) babe, what if? Lady Margot September 2024

  • Ich würde die Sterne holen

    Für dich würde ich die Sterne vom Himmel holen. Die Decke deines Zimmers würde ein Kosmos werden. Ich das hellste Licht, das deine Augen erleuchtet. So viele Lichtpunkte würden schnell vom Himmel fallen, und wie Glühwürmchen auf deinem Gesicht ruhen würden. Und als ob das noch nicht genug wäre, würde ich dir auch den Mond bringen. Es würde dir begleiten wenn du den Weg entlang gehst den Hügel hinunter.  Das Mondlicht würde dich auf deinem Weg nach Hause leiten. Kannst du dir das gut vorstellen? Ich weiß, es klingt verrückt. Was würde ich denn sonst tun? Lass mich mal kurz nachdenken.. Für dich würde ich die Sterne vom Himmel holen, und ich würde sie dir alle schenken. Lady Margot September 2024

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