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Grieving is Healing

In questo periodo sto riflettendo molto sul tema del lasciar andare e del lasciar entrare. La vita per sua natura è un processo in divenire, di cicli di nascita, morte e rinascita. Siamo esseri in costante evoluzione, biologicamente impostati per affrontare il cambiamento. Nel corso della vita siamo chiamati più volte ad affrontare la perdita: di una persona cara, di una relazione, di un'amicizia, di una versione di noi stessi, di una stagione della vita. Ma la perdita, per sua natura, implica un cambiamento, e con esso l'opportunità di nuovi incontri.


Il cambiamento è naturale, e spaventa. Ma cosa spaventa di più? Lasciar andare il passato o lasciare entrare il futuro? E in che momento lasciamo andare davvero, in che momento lasciamo entrare? Esiste un gap tra queste esperienze.  Quel momento in cui Il vecchio già non c'è più, ma il nuovo non è ancora arrivato. Un vuoto. Ma è davvero vuoto? Io lo immagino più come una vecchia stanza abbandonata, non è davvero vuota, è ammobiliata, magari un po' decadente, ma è ancora tutto lì. Mi guardo intorno, alle pareti restano appesi vecchi quadri, sul pavimento si ergono pile di libri impolverati, lettere, fotografie, ricordi di vita passata. Quindi cos'è questo gap? La filosofia buddhista qui mi viene in soccorso, perché suggerisce l'idea di gap non come assenza, ma come spazio di mutamento, un luogo di impermanenza necessario alla nostra trasformazione, uno spazio vuoto non da cui fuggire ma da accogliere. Carl Jung collega il concetto di gap all'idea di spazio liminale e di ombra, dunque al processo di individuazione. Lo spazio liminale è uno spazio in cui la crisi esistenziale, necessaria alla trasformazione interiore, può avere luogo. Uno spazio vuoto. E proprio in questo vuoto possiamo affrontare la nostra ombra, e le parti di noi che abbiamo sempre evitato. In quel vuoto interiore siamo finalmente capaci di incontrare il vero Sé.


Quindi tornando al tema del lasciar andare e lasciar entrare - cosa ci permette di fare il grande salto tra le due esperienze? In che momento siamo davvero pronti? Forse nel momento in cui abbiamo davvero affrontato quel vuoto, non solo guardandolo da lontano, ma attraversandolo.

Io mi sono chiesta a lungo cosa faccia più paura. Lasciar andare o lasciare entrare? E per molto tempo ho creduto che fosse questo il dilemma esistenziale. Poi ho compreso - non è né l'una né l'altra opzione, è la paura di affrontare quello che c'è nel mezzo, quel vuoto, quel gap, sé stessi. Solo permettendoci di entrare in contatto con le nostre emozioni, con il nostro dolore, ci concediamo la possibilità di chiudere il cerchio. Non facendolo rischiamo di restare bloccati nello stesso cerchio, o forse in una spirale infinita di cerchi, una sorta di frattale di cicli che si ripete all'infinito. Un limbo emotivo. E così continuiamo a collezionare esperienze diverse, eppure sempre uguali. Uguali non in senso assoluto, ma nel significato che portano con sé. La stessa lezione di vita, ripetuta all'infinito. Affrontare il vuoto. Attraversare il dolore.


Grieving is Healing. L'ho scritto qualche giorno fa sul mio quaderno. In questo periodo mi rivolgo a questo processo interiore con l'espressione grieving. Non utilizzo la parola italiana lutto, come forse sarebbe logico fare. Mi viene spontaneo definirlo grief. Mi sono domandata perché. E così la mia mente ha cominciato a riflettere sul significato della parola. Cerco di spiegarmi meglio. Per indicare l'esperienza della perdita, in inglese, utilizziamo la parola grief, in tedesco Trauer e in italiano lutto. Ma se analizziamo il significato di ciascuna parola, ci rendiamo conto che esse in realtà non esprimono lo stesso significato:


Grief : deriva dal latino gravis (grave, pesante); indica qualcosa di pesante, un fardello emotivo che grava sulla nostra anima.

Trauer - deriva dal tedesco antico trūri (tristezza, dolore); indica una sorta di tristezza profonda, di afflizione.

Lutto - dal latino luctus (pianto, afflizione); indica una sorta di lamentazione per la perdita.


Istintivamente direi che l'espressione grief sottenda un'esperienza più intima, un processo emotivo interiore, l'elaborazione di un dolore inteso come peso che opprime, come un macigno sul cuore. Trauer mi sembra evocare uno stato di tristezza profonda, quasi viscerale, una malinconia che risuona nell'anima. Lutto, infine, mi da più l'idea di un tragico lamento, del pianto come manifestazione esteriore di un dolore interiore, di un processo collettivo. Dunque mi sono chiesta: può l'esperienza dell'elaborazione della perdita essere condizionata dal linguaggio? Quindi può il linguaggio condizionare il modo in cui viviamo certe emozioni e processi? Se sì, in che misura? La domanda è certamente supportata da varie teorie in linguistica, filosofia e psicologia. Ma non voglio scendere troppo nei dettagli. Unico riferimento che lascio qui è la teoria della relatività linguistica di Sapir-Whorf, secondo cui la lingua che parliamo influenza il modo in cui percepiamo e comprendiamo il mondo. Quindi se le parole che scegliamo definiscono il nostro mondo interiore, allora il linguaggio non si limita a descrivere le emozioni: le modella.


Cosa c'entra tutto questo? Ancora non lo so. Ma so che istintivamente io ho scelto la parola grief per indicare il mio processo. E dunque, se è vero che attraverso il linguaggio è possibile trovare una chiave per comprendere sé stessi, io ho forse inconsapevolmente scelto questa espressione perché forse per la prima volta non percepisco più il dolore come qualcosa da evitare. E così ho finalmente imparato che il dolore non è qualcosa da cui fuggire, ma un peso che posso imparare a portare. E al momento giusto, lasciar andare. Grieving is Healing.


Lady Margot

9.03.2025


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